
Non eri tu che in fondo è come salire, basta non guardar giù?

Non eri tu che in fondo è come salire, basta non guardar giù?

Su questo non ci sono dubbi: sto tirando la corda. Esageratamente, spavaldamente, stupidamente. Concordo. E' solo che non ci riesco. Sento quello che il mio corpo mi dice e non so oppormi. Oggi al primo boccone di sushi ho pensato a te violento, come uno schiaffo in piena guancia. Il Cino dice che hai la testa altrove e che sei sfuggente in questo momento. Io ci credo e anche no: c'è sempre dell'altro, alla fine. Mentre mi offre champagne nel suo loft ed è notte, è sinceramente stupito: il fatto che io e Rusty ci frequentiamo come amanti non lo ha minimamente sfiorato prima. Molto strano, conoscendolo ed essendo loro migliori amici. Musica, altro champagne, qualche canna, fumo direttamente in gola dalle sue labbra e noi due nudi nell'appartamento. Ancora in reggicalze mi appoggio al vetro della finestra che da sulla strada. Lui dice, così ti vedono tutti, io ribatto che senza luce dietro, è difficile. Poi lo lascio avvicinarsi, allungare la mano e spogliarmi di tutto.

Quando ti do la mano e mi presento, tu conosci già il mio nome. E' passata una settimana appena e ora siamo a cena, allo stesso tavolo, con gli stessi amici. Due sconosciuti, meno sei giorni. C'è anche il Procuratore che si sporge per salutarmi piantandomi addosso uno sguardo che arriva dove sai, e io lo lascio fare. L'unico pensiero prima di sedermi di fronte a te è chiamare Rusty, per dirgli che sarei stata a cena con il suo migliore amico e compagno di squadra. Ma a volte, non c'è il tempo. Mi hanno offerto del vino rosso al bar all'angolo e, prima del ristorante, siamo stati al Frank, altro aperitivo, ci siamo alzati dopo un'ora. Allo specchio del bagno ho uno sguardo liquido, pochissimo trucco. L'abito vintage Calvin Klein che ho recuperato all'ultimo minuto quando ho saputo dell'invito, è davvero corto e sono in ballo. Tu indossi una giacca blu sopra i jeans, hai i capelli raccolti in dread, a ciocche. Due occhi che ricordavo molto bene, ora addosso a me. Servono i formaggi francesi con il miele, tu dici, ne vuoi, poi mi imbocchi. F. lo nota, sorride a denti stretti, ma non parla. Due ore dopo sono pigiata sull'ascensore, dietro di te, con il Procuratore e stiamo salendo a casa tua. Il salone è ampio, a terra un parquet molto scuro, ad assi lunghe e pezzi larghi, lucido. Ci sono vetrate intere che danno sulla strada. Noto una sedia F. Stark in plexiglass a foggia antica che trovo stupenda. In un angolo, una piantana con gocce di cristalli e vetro a cascata, come quella che vorrei comprare per me. Sfioro un petalo e si muovono concatenati altri pezzi, tu accendi due grosse candele a terra, poi dici, mi cambio fate come a casa vostra, e sparisci in un'altra stanza. Il Procuratore in un attimo mi è addosso, mi stringe per la vita, la sua mano è calda e vicina. Dice, cosa facciamo noi tre qui? Vorrei rispondergli di allontanarsi, ma il mio corpo va via, schiude appena la bocca, avvicino la lingua e gli lecco la sua. Un istante, mi allontano e cerco te. Lui non si stacca, è dietro, tenta di bloccarmi. Apro di forza l'unica porta che trovo e dentro ci sei tu, a torso nudo, con una t-shirt in mano. Non dici una parola, stai immobile contro il muro e ci guardi. Il Procuratore prende il mio braccio, mi tira a sè, vuole baciarmi. Io dico, lasciami stare. Riesco a pensare al Bomber: è il suo agente, conosce troppe persone, professionalmente molto pericoloso, dato il mio ruolo, come posso trovarmi in una situazione del genere? Passano minuti infiniti, noi tre sospesi davanti al tuo letto, nella penombra della camera. Alla fine ti muovi al rallentatore, come in un acquario, gli dici, ok ci vediamo domani mattina e ti metti tra me e lui. Se non fossi tu, probabilmente il Procuratore tenterebbe di ucciderti, invece si tira in un sorriso, finalmente mi lascia il braccio, dice, come vuoi ed esce. Vorrei andarmene e seguirlo fuori, ma sono in ballo, tu sei incredibile così, i muscoli del petto tesi. Vorrei essere come non so fare ora, tenerti balocco ancora per un po', giocare ai messaggi, alle parole. C'è questa idea di te che ha riempito ogni ora della mia settimana, dopo la partita dell'Armani. Vorrei il tempo e i minuti che non posso darti, nè avere per me. Vorrei la situazione perfetta, tra le mie mani. Vorrei il mio cervello, lucido e freddo come sa essere, in questo momento preciso. Vorrei non sentire che sono bagnata e mi sto liquefacendo davanti a te. Vorrei il controllo. Il poco prima di, mi affascina e mi ammala. Sono schiava. Anche tua ora.