
Data l'ora, io non dovrei essere qui, ma al bar all'angolo, dentro uno spicchio di sole, in pausa pranzo. Lungo il tragitto nessuno ha parlato, la sua mano sola in mezzo alle mie gambe, frugando tra le mie mutandine, già bagnate. C'è traffico e arriviamo in ritardo, dovrei dirgli di riportarmi in ufficio, ma sono due settimane che non ci vediamo e non ce la faccio. Quando scendo dalla macchina faccio un respiro profondo per entrare nella stanza e farmi coraggio, perchè il motel, l'idea del motel, è davvero un clichè, è squallido e freddo e famigliare e talmente banale da mettermi i brividi. Nelle sue mani, un'impercettibile tensione che io vedo. Per quanti ne frequenti, allora, sei nervoso anche tu? Quando chiude la porta mi spinge sul letto, mi solleva e mi ci butta, letteralmente. Con i suoi due metri di altezza e quelle braccia da atleta e quelle spalle è come fossi una piuma. L'aria condizionata è ancora accesa. Gli dico che ho freddo, ma non mi da il tempo di fare nulla se non aprire la bocca, lasciare che la sua lingua ci entri. Riconosco il suo odore, mi bagno ancora di più. Dice: "tira fuori la lingua, leccami bene, saluta il tuo padrone da brava cagnetta". E io semplicemente lo faccio, gli lascio dire queste parole che finiscono dritte giù, tra le mie gambe. Le sue mani stringono ogni cosa, mi spoglia, lecca ogni parte che trova sotto di lui, io m'inarco per facilitargli tutto e non ho ancora detto una parola. Voglio che morda e tiri e mi faccia male, come sa fare. Mi accarezza il culo, lo schiaffeggia forte con il palmo della mano. "Ti sono mancate queste, vero?". Io gli dico sì, ma troppo piano e lui dice "più forte!" e io alzo la voce, quasi urlo mentre lui lascia un segno rosso, grande quanto la sua mano. E penso alla palla da basket che sa tenere tutta stretta nel palmo, quando gioca, e mi eccito di più e mi gira leggermente la testa. Mi guarda, dice apri gli occhi e guardami, è sudato, le labbra sono aperte, la lingua sulla mia faccia, sul collo, nella mia bocca. Prende i miei capelli, li stringe, li tira verso di sè. Io sono aperta, il suo cazzo è enorme, durissimo, fa male e godere insieme, non capisco più, sento solo questo. Penso che non dovrei essere qui, non dovrei farmi scopare da lui, sono travolta dalla mia voglia di cazzo. Del suo cazzo. Il mio desiderio è un cristallo limpido, conficcato dentro di me. Prende la mia cintura di cuoio, mi ci lega i polsi e spinge dentro più lentamente e più a fondo. Le sue gambe sono lunghissime, più delle mie, solo pensando alle sue gambe mi capita di bagnarmi, da questo capisco che la cosa è grave. Potessi leccargli tutta la pelle, mettermi in ginocchio ai suoi piedi e ricoprire tutta la lunghezza, impazzirei. Io sto venendo, ma non voglio dargli questa soddisfazione.